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CIAO SINISA

Purtroppo questo pomeriggio Sinisa Mihajlovic si è dovuto arrendere alla leucemia che lo ha colpito nel 2019.

Una notizia che rende triste tutto il mondo del calcio e che colpisce anche la grande famiglia AIAC.

"La notizia della scomparsa di Sinisa Mihajlovic ci colpisce e ci rattrista profondamente- h detto il presidente Renzo Ulivieri -. Tutta la comunità degli allenatori italiani piange la morte di un fiero protagonista del ruolo, dopo essere stato per altro un giocatore di assoluto valore. In passato alcune sue scelte, legate a una biografia complessa, sono state magari divisive. Ma la malattia inesorabile che lo aveva colpito, che ne aveva esaltato la proverbiale indole di combattente, e la dignità e la forza con cui l’ha affrontata ne hanno fatto un uomo vicino a ognuno di noi.

In questo momento il peso della perdita grava sulla sua amatissima famiglia, alla quale va il nostro abbraccio commosso.

Vincere non è il comandamento che informa il mestiere di vivere: lottare dà un senso alla vita. Sinisa, dunque, ha pienamente vissuto. Che la terra gli sia lieve".

Tutta l'AIAC si stringe intono alla famiglia di Sinisa in un grande abbraccio



  Il “Sergente” era nato due volte: la prima a Vukovar, il 20 febbraio 1969, da una modesta famiglia serbo-croata; la seconda, il 28 ottobre 2019, al Sant’Orsola di Bologna, dove era stato sottoposto a un trapianto di midollo osseo per risolvere una grave leucemia. Malattia che ha affrontato pubblicamente, uscendone inizialmente vincitore e addolcito nel carattere: lui, in passato uomo senza sfumature, divisivo, convintamente nazionalista, titoista, con legami amicali discutibili nel suo Paese, come quello con la “Tigre” Arkan, e insieme devoto alle amicizie, alla sua splendida famiglia (la moglie Arianna e i loro 5 figli), protagonista di una brillante carriera da calciatore e di episodi controversi. Una vita da Mihajlovic, insomma, spentasi oggi, a Roma.

Sinisa (in serbo “primo figlio maschio”), mezzo sinistro, poi terzino infine trasformato in centrale difensivo da Eriksson alla Sampdoria. Mancino, specialista dei calci di punizione, vanta il record di gol così ottenuti in serie A (28), condiviso con Pirlo. Le sue traiettorie inesorabili (a oltre 160 Km/h) che uscivano dal suo scarpino 41 e mezzo (anche se per vezzo virile amava calzare scarpe 45!), sono state oggetto di studio del Dipartimento di Fisica dell’Università di Belgrado. Capitale dove si afferma (dopo aver vinto nel 1988 il campionato col Vojvodina). Con la Stella Rossa ottiene due titoli, una Coppa Campioni e un’Intercontinentale. Nel ’92 arriva alla Roma di Boskov, un secondo padre. In due stagioni (la seconda con Mazzone e col neo presidente Sensi), caldeggia l’esordio di un giovanissimo Totti (marzo 1993), perde una Coppa Italia col Torino, prima di passare alla Samp di Erikson.

Lì vive quattro anni da leader (l’ultimo con l’amato “zio Vuja”), prima di approdare (1998) alla Lazio, chiamato da Svengo e ritrovando Roberto Mancini, compagno e amico. Seguono sei stagioni di gloria: 1 scudetto, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe Ita- liane, 1 Coppa delle Coppe e 1 Supercoppa Europea. Nel 2004 si trasferisce all’Inter, appena affidata al Mancio, dove vince 1 scudetto, 2 Coppe Italia e 1 Supercoppa Italiana. Chiude nel 2006 dopo, 563 partite e 96 gol, oltre a 63 presenze e 9 reti nella Nazionale serba.

 A Milano diventa subito il vice di Mancini, conquistando 2 scudetti consecutivi e 1 Supercoppa italiana. Lascia l’Inter (novembre 2008), chiamato dal Bologna, sua prima panchina da solista. Ma nell’aprile 2009, dopo 4 ko consecutivi, viene esonerato. A dicembre subentra alla guida del Catania terzultimo risalendo fino al 13° posto, grazie all’allora record di punti del club (45). L’exploit gli vale un biennale con la Fiorentina. Ma dopo un 9° posto viene poi esonerato. Nel maggio 2012, diventa il nuovo Ct della Serbia che punta al Mondiale 2014. Dopo la mancata qualificazione e alcune polemiche (una legata all’esclusione di Ljajic per ragioni nazionalistiche) nel novembre 2013

passa alla Samp, al posto di Delio Rossi. Dopo un 12° posto, porta i blucerchiati fino al 7°per poi passare (giugno 2015) al Milan. Qui approda alla finale di Coppa Italia contro la Juventus, che ne segna però la sorte battendolo in campionato. Rescisso il contratto, nel maggio 2016, firma per il Torino. Poche luci con i granata e nel gennaio 2018 dopo un altro derby perso, in Coppa Italia, viene esonerato. Dura assai meno la sua prima esperienza estera: 9 giorni allo Sporting Lisbona (giugno 2018), subito liquidato dopo il cambio di proprietà.

È il Bologna che lo rivuole (gennaio 2019), a distanza di 10 anni. Rileva Filippo Inzaghi, batte subito l’Inter ma poco dopo inizia a combattere la partita più difficile, contro il male che gli si rileva all’improvviso. Confermato dalla società, riprende poi il suo posto, pur dovendo sottoporsi a cicli di cure che ne condizionano il rendimento, venendo sostituito temporaneamente dal vice Tanjga, per poi essere sostituito definitivamente, non senza dolore, a inizio 2022-23, da Thiago Motta (con Luca Vigiani “ponte” alla 6° giornata). Gli ultimi mesi dell’anno sono quelli di una inutile lotta contro la malattia.  


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